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La questione delle terre e i Fasci dei Lavoratori. La rivolta delle donne di Milocca

Fasci Siciliani. Nel saggio di Antonio Vitellaro le drammatiche vicende degli anni Novanta dell’800 che videro le contadine nissene insorgere.
Rivolta di Milocca, le donne coraggio nella storia siciliana.
Il coraggio delle donne, eccome! E non quello di cui si parla oggi, delle conquiste dell’ambiente femminile, per il fatto dell’equilibrio sociale che ha persino introdotto il principio delle «quote rosa». C’è stato un coraggio di altri tempi, quando l’esporsi equivaleva ad un atto di eroismo ed implicava il rischio della stessa vita; come l’altronde avviene ancora in tanti paesi del mondo dove madri e ragazze affrontano carceri e condanne anche estreme, per il riscatto della propria dignità.
Coraggiose e sprezzanti del pericolo furono le donne siciliane al tempo dei «Fasci Siciliani», contro le ingiustizie e lo sfruttamento dello stato sabaudo, ancora a trent’anni dalle illusioni dell’impresa garibaldina.
A parlarne (meglio, a scriverne) è Antonio Vitellaro, attivo intellettuale nisseno, che ci consegna ricche pagine su «La rivolta delle donne di Milocca – La questione delle terre e i Fasci dei Lavoratori».
Milocca è il nome originario dell’attuale Milena, paese che fu di contadini e zolfatari, in provincia di Caltanissetta. Delle sue donne, nell’ottobre del 1893, ben 500 si organizzarono per scendere in piazza con vanghe e forconi e l’impatto fu tale che Luigi Pirandello le dedicò una pagina nel romanzo risorgimentale «I vecchi e i giovani». Ma fu soltanto una scintilla. Fra il 1891 e il ’93 in mezza Sicilia le donne si ersero a protagoniste indiscusse delle vicende socio-politiche post-unitarie e, per offrire un esempio, a Piana degli Albanesi su 9000 abitanti ben 3500 donne aderirono attivamente al movimento.
Da un punto di vista generale, per quello che furono quei «Fasci», molto inchiostro è stato versato e vale ricordare per tutti le interessanti pagine di Francesco Renda.
Il merito di Vitellaro sta nell’avere condensato attorno al «coraggio» di quelle donne l’intera trama di una delle più intense e amare storie siciliane, dal primo «fascio dei lavoratori» che sorse a Catania il primo maggio del 1891 (su iniziativa dell’indimenticabile sindaco Giuseppe De Felice) fino ai «Patti agrari di Corleone» del 30 luglio 1893, anno fondamentale per l’estendersi delle insurrezioni nell’intera parte sud-occidentale dell’isola.
Interessato esclusivamente al ruolo delle donne nel fenomeno storico di quegli anni, Vitellaro ricorda di sfuggita le contromisure dei governi del tempo. Ricorda la prudenza adottata da Giolitti, mette in parentesi Francesco Crispi, che tuttavia sollecita amare riflessioni sul comportamento suo e dei governanti siciliani (di sempre) nei confronti dei pressanti bisogni della propria terra.
Agrigentino di Ribera, Crispi inviò ben 30mila soldati ed una flotta per sedare la rivolta dei “Fasci”, compreso il «Fascio delle donne», mentre a Catania il socialista De Felice veniva perseguitato, vessato ed arrestato, su ordine di altri socialisti, quelli dell’apparato governativo.
Eh sì, che tra eroismi e tradimenti la Sicilia in buona parte è sempre stata vittima di sé stessa! E ben vengano libri di memoria come questo, per la coscienza civile è salutare parlarne, insistere, scavare nelle radici di fatti che condizionano ancora le attuali sofferenze di una disparità sommariamente indicata come «Questione meridionale». Indicativo, tra l’altro, è che il libro sia edito dalla Società Nissena di Storia Patria.
Con l’originalità dell’elemento femminile ed assecondato dalla scorrevole leggerezza che è frutta di sicura padronanza letteraria, Antonio Vitellaro sintetizza in modo esemplare la storia di un malessere che, da allora, investe il destino di un’isola sempre in bilico fra lo sconforto e la speranza.

Da “La Sicilia”, 11 aprile 2014.
Melo Freni

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